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  • Elena Franzot

L’emergenza Coronavirus è anche un’emergenza psicologica? Spesso SÌ, qualche volta NO.

Aggiornato il: apr 14



Lavoro come psicoterapeuta in Friuli-Venezia Giulia.

Ho uno studio da cui ho la possibilità di supportare le persone con disagi psicologici e da dove posso riscontrare come questi ultimi si siano ridefiniti durante questo periodo di emergenza sanitaria, diverse volte aggravandosi e qualche volta depotenziandosi, almeno per quanto riguarda i singoli casi cui posso fare riferimento.

Mi sono dunque chiesta: che effetti ha la quarantena sulla psiche delle persone?

Per prima cosa, dal dizionario dal vocabolario Treccani ho chiarito cosa si intenda per “quarantena” e questa è uno stralcio della definizione: “[…] Periodo di segregazione e di osservazione al quale vengono sottoposti persone, animali e cose ritenuti in grado di portare con sé o trattenere i germi di malattie infettive, spec. esotiche […]”.

Mi sono poi documentata attraverso fonti attendibili di come la quarantena possa influenzare il benessere psicologico.

Dalla prestigiosa rivista inglese “The Lancet” che si occupa di medicina generale e dal libro “Psychiatry of Pandemics. A Mental Health Response to Infection Outbreak” scritto da esperti del settore, ho scoperto dati molto interessanti sugli effetti psicologici della quarantena.

Da queste letture si evince che anche un isolamento inferiore ai 10 giorni può generare effetti psicologici negativi quali confusione, rabbia, irritabilità, insonnia, scarsa concentrazione, ansia, stati depressivi e Disturbo Post Traumatico da Stress, che possono perdurare per mesi o anche anni.

Per chi non lo sapesse, il Disturbo Post Traumatico da Stress si manifesta in seguito all’esposizione ad un evento stressante e traumatico che la persona ha vissuto direttamente o a cui ha assistito, e che ha implicato morte o minacce di morte, o gravi lesioni, o una minaccia all’integrità fisica propria o di altri, i cui sintomi specifici sono incubi notturni, flashback, tenersi lontano dagli altri, riduzione dell’interesse per le proprie attività, evitamento di cose che ricordano il trauma, intorpidimento delle emozioni, irritabilità, ansia, disturbi della concentrazione, disturbi del sonno, ipervigilanza, trasalire.

In particolare, si è visto che a seguito dell’influenza equina sviluppatasi in Australia nel 2007 il 34% dei proprietari di cavalli che hanno vissuto in quarantena ha riferito disagio psicologico a fronte del 12% della popolazione che non era isolamento.

Da un altro studio si evince che i bambini in quarantena hanno punteggi di Disturbo Post Traumatico da Stress 4 volte più alti rispetto ai loro coetanei non in quarantena e che il 28% dei genitori riferisce sintomi sufficienti a giustificare un disturbo mentale correlato al trauma.

Un ulteriore studio sugli operatori sanitari posti in quarantena a seguito dell’epidemia di SARS scoppiata in Canada nel 2003, particolarmente sotto pressione durante le epidemie, riferiscono sintomi da DPTS anche dopo 3 anni.


Ma quali sono i fattori di stress durante la quarantena che possono giustificare l’emersione dei sintomi suddetti?

In generale, stare insieme troppe ore e troppo lungo non consente di mettere in atto il naturale meccanismo di difesa del distanziamento fra gli esseri umani, che prevede di prendere le distanze anche dalle persone care per poi riavvicinarcisi con maggiore serenità.

Per contro, anche la sensazione di solitudine può costituire un problema per tutti coloro che necessitano di contatto umano e vicinanza fisica.

La qualità delle informazioni pervenutaci da parte delle autorità, se non è estremamente chiara e logica e se è insufficiente sulle azioni da intraprendere, concorre ad aprire le porte alla sensazione di incertezza, come lo è anche l’insufficienza o l’intermittenza delle forniture necessarie (mascherine, cibo, farmaci, ecc.) per far fronte all’emergenza.

Infine, perdita del lavoro o riduzione del reddito ed incertezza futura lavorativa correlano con rabbia, ansia e sintomi depressivi anche nei mesi successivi all’emergenza in essere.

Allargando lo zoom sui fattori di stress, mi sento anche di annoverare un percezione più sottile e pervasiva, per la quale sentiamo che il mondo è cambiato e sta cambiando. Mi è stato spunto per questa breve riflessione l’articolo “That Discomfort You’re Feeling Is Grief” pubblicato da Scott Berinato in “Harvard Business Review”.

Sappiamo che queste emergenza è temporanea ma, al contempo, siamo consapevoli dell’onda lunga dei suoi effetti sulle nostre vite. Tutti noi abbiamo vissute delle personali sofferenze ma non siamo abituati a questo dolore collettivo, a questo stato di incertezza nell’aria.

Sappiamo che sta succedendo qualcosa di brutto ma, molti di noi, non possono vederlo. Lo stesso agente patogeno, quel microscopico virus, è invisibile ai nostri occhi. Ciò che non vediamo aumenta ancora di più il nostro stato di incertezza che ci porta a vivere uno stato d’ansia anticipatoria, per cui è come se vivessimo costantemente in attesa di un pericolo imminente e dovessimo proteggerci dalle possibili minacce future.

Sappiamo anche che le nostre vite saranno influenzate da elementi al di fuori del nostro controllo personale, cioè le scelte macroeconomiche e di politica internazionale, che avranno un impatto enorme su di noi in quanto plasmeranno i futuri sistemi sanitari, l’economia, la politica e la cultura.

Le persone più fragili, in questo contesto, rischiano danni irreparabili: parlo di chi soffre di depressione, schizofrenia, disturbo bipolare, dipendenza da sostanze, demenze, ecc.

Non pensate che siano poche queste persone…

L’ISTAT, nel report di statistiche pubblicato nel 2018, parla di 2,8 milioni di italiani affetti da depressione, spesso associata ad ansia cronica grave, di 3,7 milioni di persone oltre i 14 anni sofferenti di disturbi ansioso-depressivi, di 245.000 malati di schizofrenia e di 1 milione di persone affette da disturbo bipolare; a sottolineare la gravità delle sofferenza psichica riporto il dato per il quale nel 2016 le malattie mentali hanno causato ben 21.000 morti in Italia.

Anche rispetto a questi dati, rilevante è la situazione lavorativa: inattivi e disoccupati sviluppano depressione ed ansia cronica grave in misura maggiore rispetto ad i coetanei occupati. Tra gli occupati, invece, chi soffre di depressione o ansia accumula il triplo delle assenze lavorative, riferisce un calo della concentrazione e minor resa nelle attività.

Nel complesso, questi dati suggeriscono che l’impatto psicologico della quarantena sulla popolazione è ampio, sostanziale e può durare a lungo. Appare inoltre evidente che le persone con preesistente disagio psichico abbisognano di un sostegno aggiuntivo in tempi di quarantena e post quarantena e che gli operatori sanitari, in prima linea durante l’epidemia, necessitino di interventi precoci per ridurre i danni del lavoro stressante a cui sono sottoposti.


La quarantena, quindi, risulta spesso associata ad un effetto psicologico negativo.

È davvero sempre così?

Tornando a rimpicciolire lo zoom sulle singole persone del mio piccolo osservatorio personale ho notato che chi prima soffriva di un disturbo d’ansia, ora esperisce un’ansia incontenibile o angoscia; chi soffriva di disturbo ossessivo compulsivo ora vive una sua ingravescenza; chi prima gestiva il disagio psicologico attraverso l’attività fisica ora si trova a mani nude a far fronte ai propri disturbi oppure può decidere per l’utilizzo di psicofarmaci.

Chi aveva un problema di alcolismo si trova a bere di più; anziani che avevano una loro routine famigliare soffrono poiché non possono vedere di persona i figli e i nipoti; chi aveva un problema col gioco d’azzardo veicolato da casinò o slot machine si ritrova a sbarcare nei giochi d’azzardo online, ancora più pericolosi.

Chi vive in una famiglia disfunzionale, nella vicinanza ancor più stretta e costante, può essere vittima di nuova o inasprita violenza fisica e verbale; persone da sempre equilibrate che ora fanno fatica a gestire la rabbia.

Lavoratori che continuano a svolgere i loro compiti con il timore di contagiarsi o contagiare qualcuno, timore che diviene ansia, panico o insonnia; ancora, persone che sviluppano ipocondria, temendo patologie gravi, non solo Covid-19, nel percepire un qualsiasi reale o presunto segnale fisico o psicologico.

Altresì ho notato una tendenza totalmente opposta…

Diverse persone hanno avuto giovamento da questa situazione.

Tutti coloro che non ne potevano più dei colleghi di lavoro insopportabili o di capi controllanti, che si sono trovati a lavorare in smart working comodamente da casa, hanno riferito un miglioramento sostanziale nel loro benessere psicologico ed una maggior efficienza ed efficacia nelle performance lavorative.

Persone che hanno riscoperto gli affetti più cari in grazia del tempo e del silenzio a disposizione per poter riflettere sulla propria vita; studenti che riferivano sintomi psicosomatici (mal di testa, mal di pancia, coliti, nodo alla gola, ecc.) legati alla frequenza scolastica, che vivono una remissione anche totale della sintomatologia.

Anziani precedentemente depressi causa isolamento e solitudine, trovando che ora sia un condizione che riguarda molti, vivono un sollievo nell’appianarsi del confronto sociale.

Ancora, lavoratori stressati dalla mole di lavoro arrivati a rigettare in tempi ante epidemici il lavoro stesso, ora si recano al lavoro con rinnovata motivazione, spinti dal desiderio di uscire di casa, di ossigenare la mente attraverso luoghi e volti diversi da quelli quotidiani.

Uomini e donne che approfittano del distanziamento sociale per chiudere rapporti con amanti scomodi/e e ritrovare una nuova quiete famigliare fra le mura domestiche.

Persone che si liberano dalle dipendenze come gioco d’azzardo o fumo coadiuvati dalle limitazioni logistiche; persone evitanti, a disagio nelle interazioni sociali, perfettamente in sintonia con questa loro caratteristica di personalità.

In che percentuale ho notato un peggioramento delle condizioni psicologiche nel piccolo campione di persone con cui ho il piacere di lavorare?

La mia percezione soggettiva ed un grossolano calcolo percentuale basato sulle persone che si rivolgono a me, portano a quantificare un aggravamento significativo e perdurante della situazione psicologica in un 40% di persone, fra cui persone con un disturbo psicologico pregresso ad oggi potenziatosi, persone che hanno sviluppato sintomi in funzione dell’epidemia e della quarantena, persone preoccupate per il loro futuro lavorativo ed economico.

Per contro, quante persone hanno beneficiato, in questo periodo di tempo parziale rispetto all’intero sviluppo di questa drammatica vicenda epidemica, di un miglioramento delle condizioni di benessere psicologico?

Direi che un buon 25% di persone del mio contenuto bacino di utenza, sgravato da stress lavorativo e confronto sociale, ha avuto giovamento psicologico.

La restante percentuale di persone, pur avendo avuto ripercussioni psicologiche a fronte del Coronavirus, del cambiamento di routine quotidiana e della sensazione di incertezza che aleggia nell’aria, non ha sviluppato cambiamenti psicologici che possano apparire, al momento, significativi, in senso migliorativo o peggiorativo.

Almeno per coloro i quali la quarantena è coincisa con un sollievo psicologico, questo riposo mentale ed il risparmio di energie fisiche e mentali gioveranno per i tempi futuri, quando ne avremo bisogno per ricostruire quanto perso e riadattarci ad una nuova normalità.


Dott.ssa Elena Franzot Psicologa, Psicoterapeuta

www.elenafranzot.it


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2020 di Elena Franzot.